Una famiglia poco ordinaria

Le scuole, la pubertà nel segno della musica.

 

Date di riferimento: 1944  1945  1948  1953  1954  1958 (link)

 

Primi giorni di scuola con il berretto dell'Elvetico (1944)

Abitavamo a Lugano nel centralissimo palazzo Gambrinus

Andando a scuola (istituto Elvetico) a piedi ricordo che passavo da via Bossi davanti al venditore di carbone, alla fabbrica del ghiaccio, alla fabbrica di sigarette. Mi incuriosivano tutti quei lavoratori ben messi con i loro grembiuloni.

La prima maestra è stata Suor Agnese, non ricordo i compagni di classe. Ricordo molto bene invece il rituale dell'uscita per tornare a casa. In perfetta colonna, passando nell'atrio dell'istituto, ci aspettava  il pingue Don Colombo: al segnale, in coro noi bambini dovevamo porgere il saluto "La riverisco signor consigliere!". Io ne ero decisamente poco entusiasta, ma si usava così! 

Prima comunione speciale: essendoci stata una epidemia di scarlattina o morbillo, dove sono stato ricoverato al padiglione infettivi del Civico, allora vicino al fiume Cassarate (le visite le vedevamo attraverso le finestre delle nostre stanze che davano su una terrazza agibile dall'esterno), ho avuto il privilegio di fare la comunione da solo e in pompa magna (ero il figlio dell'architetto, se non altro). Dopo la cerimonia (naturalmente a digiuno ) venni accolto con i miei genitori nella saletta ospiti dell'istituto dove mi fu servito una orrenda tazza di caffè di cui ricordo ancor oggi la presenza di una ribrezzante "pelle"... Trattamento di favore!

Le vaccinazioni obbligatorie me le hanno fatte in casa, non dopo una intensa caccia al Bruno che trovava il modo di nascondersi... Resterò poco amico delle vaccinazioni.

Altro fattaccio che  non scorderò mai: Non riuscendomi a farmi apprendere la sequenza dell'"abc", in un doposcuola si decisero i mezzi forti:  fintanto che non lo avrei imparato, non sarei potuto tornare a casa e mi richiusero in una stanzetta.... e dimenticato! Potete immaginare quando non arrivai a casa al solito orario... mia madre che ben sapeva di cosa ci fosse da temere in quegli ambienti, si fece sentire. L'allarme ebbe il suo effetto e venni ricuperato.

Tra i bei ricordi, la consegna delle medaglie dei concorsi di religione nella palestra dell'istituto e l'esecuzione, con anche noi più piccoli, di alcuni cori da opere,  accompagnati da un pianoforte. Una versione "occidentale" delle tanto criticate scuole coraniche....  Ma, tra tutto,  non c'era di essere particolarmente entusiasta.

Processione per il Corpus Domini, dalla Cattedrale alla Chiesa degli Angeli, passando da Via Nassa. Prima delle elementari, a cura dei Masina di Savosa in guisa di angioletti alati. Poi all'Elvetico, organizzati in larghe file che ne incrementassero apparentemente la numerica presenza, in bianche tuniche...  A proposito di travestimenti: tra i compagni di gioco c'era anche Giovanni Colombo. Abitava in una grande villa con un ampio giardino non lontano dalla salita dei Frati. Nei giorni di pioggia ci ritiravamo in una saletta giochi tutta particolare, una specie di cappella dotata di un altarino con tutti i requisiti per celebrare la messa, compresi ricchi parati sacerdotali che, ricordo erano di tessuti coloratissimi: dal verde al rosso al viola. Non mancavano le mitre vescovili. No mi è dato di ricordare in che cosa consistessero, oltre la vestizione, i rituali... Contraccambiavo l'ospitalità giocando con i mie trenini o inscenando spettacoli con le marionette di cui ricordo, tra i molti personaggi, il "gioppino" ed un grosso e pesante coccodrillo-drago.

Quinta classe con un'arcigna maestra (Bergagliotti, se ben ricordo) che ci terrorizzava all'idea di voler andare al ginnasio...

Al rientro passavo per il parco Ciani, soffermandomi a vedere gli animali che mi riconoscevano. Al Socrate morente, accanto alla darsena, dovevo ogni volta toccargli l'alluce...

In casa come figura paterna di riferimento avevo il nonno materno perché mio padre rifiutava qualsiasi contatto che potesse far intuire delle debolezze. Era il classico ticinese vecchia maniera, schiavo delle sue incompetenze. Esprimeva il suo affetto allentando i cordoni della borsa.

 

1945: arrivo del terzo fratellino. Tradizionale compleanno e regalo a Frasco: tanti fuochi d'artificio.

   

La famiglia ha sempre coltivato la diversità:

Andavo a scuola di balletto ed avevo imparato a fare la maglia, attaccare i bottoni, ruoli in genere tipicamente femminili. La musica, tramite mia madre, era la grande passione benché mio padre vi ci fosse negato.

L'opera, dapprima al padiglione Conza (una Forza del Destino con Tito Schipa e Toti dal Monte) , poi regolarmente alla ricostruita Scala di Milano, in trasferte con il Pullman della Danzas; erano i tempi di Toscanini, della Callas e la Tebaldi. Indelebile un Rigoletto scaligero.

Mio padre si addormentava durante gli spettacoli che comunque frequentava. Preferiva rifarsi in altre trasferte milanesi per adulti, gli spettacoli rivista di Wanda Osiris.

Poi c'era l'appuntamento settimanale dalla radio italiana con i concerti di musica operistica sotto l'egida della Manetti e Roberts ed i suoi cofanetti di allora innovativi articoli cosmetici.

Non mancava nemmeno la nostra locale quotidiana “Musica richiesta” puntuale alle 18, che iniziava immancabilmente, preceduta dal solito rosario di dediche senza troppa fantasia, con una celebre aria da opera, spesso con Mario Lanza.

Dopo l'asilo al Sant'Anna e le elementari all'Elvetico, prima classe di ginnasio.

Coretto di voci bianche del maestro Nodari (selezionato alle lezioni di musica di prima ginnasio) alla radio, nello studio di via Foce e partecipazione alle settimanali trasmissioni per ragazzi di Felicina Colombo. Così si passava il pomeriggio del giovedì, quando  al sabato si andava a scuola tutto il giorno.  Pertanto, niente lunghi weekend a sciare...

Eravamo agli esordi del quartetto Cetra, quelli di “Nella vecchia fattoria”. Per la festa della mamma, accanto ad uno squillante “Mamma, ma la canzone mia più bella sei tu!” di un giovane Fausto Sassi, il futuro regista emulo di Beniamino Gigli, un mio muto tentativo di esibizione in un Lied di Schubert trovò compassionevole eco nel Corriere del Ticino.

Avevamo la domestica ma alla domenica, giorno in cui era libera, noi bambini dovevamo assumerci le varie incombenze legate alle faccende domestiche con sconcerto dei cugini. La zia Greth stava portando aria nuova.

In estate si tornava a Frasco con i vari cugini: si parlava dialetto.

Con mia mamma che non conosceva il dialetto sentivo l'italiano, con i nonni lo Schwizerdütsch e siccome nella villa dei nonni a Sciaffusa c’era una famiglia di rifugiati con bambini che parlavano francese, io non ho parlato fin dopo i 3 anni, pur capendo tutto.

Questa esposizione alle lingue ha lasciato il segno in una indubbia predisposizione ad apprenderle successivamente. Il dialetto ticinese, in quegli anni era snobbato quasi fosse un nemico della scolarizzazione. Pertanto gli zii invogliarono i loro figli a parlare il buon italiano non solo con la zia Greth ma anche con i loro cugini “istruiti”, quasi fossimo una invidiabile élite.

Ricupererò il dialetto “ticinese” con il servizio militare tra commilitoni di tutte le regioni, in un arcobaleno di espressioni ed accenti.

 

Tradizionale, il compleanno con i cugini in “villa” e, mio malgrado, arricchito il 1. Agosto dal giovanissimo “fuochista” Bruno che vedeva andare in fumo, per la gioia di tutti, gran parte del suo regalo, una panoplia pirotecnica in cui c'era di tutto o quasi.

In compagnia del parentado, anche la festa del primo d'agosto sulla vasta terrazza di Villa Efra, con tanto di bandiere, bandierine singole  e in ghirlande accanto a variopinti lampioni,  dove potevo personalmente dar fuoco alle micce dei tanti fuochi d'artificio che ricevevo in regalo per il mio compleanno, il giorno precedente. Dai bengala colorati a quelli con le stelline, dai vulcanelli ruggenti ai veri e propri fuochi d'artificio da sparare sostenuti da rampe di lancio improvvisate con vecchi fiaschi. Niente petardi! Alcuni botti li sentivamo comunque arrivare dal fiume o dagli alpi, dove altri festeggiavano il Natale della Patria con i tradizionali falò.di legna da buzze o dai boschi, opere di pulizia.  Tra tutti questi ricordi, quello del mio aiutante cugino Guglielmo (di Frasco) che si scottò un piede. Lui, confermando l'episodio, dice di averne ancora oggi traccia con una cicatrice... Per fortuna che c'erano i nonni materni che mi regalavano un qualche gioco più apprezzato e che durava ben oltre il guizzo nel cielo di una notte di mezza estate...In quell'occasione mi veniva misurata l'altezza e riportata su un'asticella fissata al muro nella sala da pranzo. Nome e data in inconfondibili caratteri gotici d'Oltralpe ad opera del nonno che non mancava di registrare anche quelli dei miei due fratelli più piccoli.   Nonno Jule a Frasco si occupa di noi nipoti da vero nonno e sostituisce nostro padre che vediamo solo al weekend per poterlo, più grandicelli, seguire di soppiatto per non disturbare i pesci, quando parte alla pesca con una lunghissima canna dotata di moltissime e variopinte moschette che volteggia nell'aria a filo sul fiume, riuscendo, quasi per miracolo, ad evitare che restino impigliate nella vegetazione. Un mito! delle rive Torna sempre con trote in abbondanza, da friggere la sera stessa nel burro. Quelle che resteranno verranno messe in carpione  con verdure dall'orto "fresche di Frasco".
 
La comunicazione con mio padre era, se confrontata con quella con il nonno, decisamente carente.Tipicamente tipico per i maschietti gay! Con il nonno, malgrado le difficoltà linguistiche si era instaurato anche un linguaggio del suo corpo maschile,  un abbronzatissimo da sportivo  che apprezzavo moltissimo e che preferivo a quello di mia madre. la domenica mattina, potevo infilarmi nel letto con il nonno che mi faceva le coccole....Ogni occasione era buona per poterne cavalcare le possenti spalle! Grande escursionista e conoscitore dei luoghi preposti alla preparazione delle mitiche marmellate ai frutti di bosco locali, mi ci portava con un mio secchiellino ricavato da una conserva, appeso al collo. Seguivo con impegno le minuziose istruzioni del nonno su quali fossero i frutti da cogliere senza far soffrire le piante. C'era un'aura di complicità tra di noi che ritroverò molti anni dopo tra maschi.
La villa, di concezione estremamente moderna (un ampissimo soggiorno con grandi vetrate; una grande terrazza ed meridiana con la tematica della pesca) costruita nel 1942 da mio padre tra l'albergo e la cascata su di un'altura di muretti a secco è raggiungibile da una ripida scalinata accanto al gioco delle bocce. A mezza altezza, sotto un cespo di ortensie, una panchina di granito invita  ad una pausa. Prima della villa, c'erano degli orti che venivano gestiti dagli zii in cambio dell'usufrutto, raggiungibili inerpicandosi sui muretti a secco non senza disturbare le vipere che ne avevano fatto il loro regno. Dopo un incidente a lieto fine su quei muretti, in negozio era disponibile un siero antivipera. Anche mia madre, per far fronte a potenziali pericoli sulla vasta terrazza davanti la villa, si era dotata di antiveleno che rinnovava di anno in anno conservandolo in cucina in un ampio frigorifero a compressore di prima generazione. La consegna di mia madre: vivere e lasciar vivere e saper riconoscere i timidi serpenti velenosi dalle multiple righe di squame sotto l'occhio del rettile dalla coda corta..Era pertanto contraria a considerare questi animali come qualche cosa da sterminare senza remore e da portare poi a casa quasi fossero dei trofei, cosa che invece i cugini... Comunque, al fiume, cercando di catturare con le mani una qualche trota prigioniera della siccità, un qualche spavento ce lo siamo preso vedendoci improvvisamente sfrecciare dei grossi e variopinti serpenti d'acqua....

 

 



Ma per i cugini, l'attrazione principale di villa Efra era l'orologio a cucù regalato dai nonni Felix che troneggiava, da ricaricare giornalmente, nella sala tinello. Le ore e le mezz'ore venivano scandite  da un uccellino (cucù) che si affacciava  dalla finestrella che poi si richiudeva di scatto. Il tic-tac del pendolo e le ore al canto del cucù rompevano il silenzio dato con il sottofondo del lontano rumore del fiume e della cascata che nei giorni di "buzza" assumeva toni inquietanti: le finestre della casa vibravano cupamente e noi si andava a guardare dal ponte la cascata che ci raggiungeva con i suoi spruzzi.

Poi, nel grande salone con il tappeto di lana verzaschese tessuto da zia Anna Maria, le primitive proiezioni su un lenzuolo sopra il buffet con un ingegnoso proiettore costruito dai cugini gemelli (Guglielmo e Andrea) sulla scorta di una lente dagli occhiali del nonno. Passavamo giornate su un tavolo da disegno in fondo al salone a ricalcare i "Topolino" su carta velina per le presentazioni che potevano iniziare quando chiudevano la cucina dell'albergo e la luce diventava più forte. Che si avesse a che fare con la casa di un architetto, oltre la grande vetrata del salone ed il tavolo da disegno (in posizione orizzontale) con il suo scomodo sgabello ed una grande squadra a T che ci permetteva di tenere in posizione le striscie di carta, sulle pareti c'erano i grandi pannelli di un concorso di architettura (La fiera Camponiaria di Lugano) che destavano i commenti degli adulti. Ammirazione anche per la cucina elettrica con un grande frigorifero Frigidaire dal ronzante compressore. 

 

 

Altra occupazione in comune con i cuginetti, incollare  dalla zia Pierina  i bollini del razionamento, provenienti dal negozio, con una colla di cui ricordo ancora l'odore. In quel locale accanto alla cucina c'era anche un telefono della prima generazione dotato di una manovella per mettersi in contatto con la centrale "al Motto" (situata a metà valle) dove veniva eseguita la connessione manuale. 

Negozio di paese, aperto a richiesta con un  grande pulsante in ceramica bianca che azionava una suoneria  riecheggiante in tutto il quartiere, negozio dall'odore di caffè che veniva macinato in un marchingegno d'epoca dotato di una grande ruota con manopola. Sul bancone di sasso, una cassa registratrice con uno squillante campanello che segnalava l'apertura del cassetto. Sempre sul bancone, una bilancia a piattelli con i contrappesi in ottone per le pesate leggere in cui si aggiungeva il prodotto fino a equilibrio. Una Berkel rossa dava direttamente il peso su di un quadrante. Sullo sfondo, grandi scatoloni per la merce da vendere sfusa. Pochi i preconfezionati. Nel retro, tra sacchi con ogni ben di Dio, due cassettoni del sale; quello tinto di rosa era per gli animali. Un'altra bilancia dotata di ampia piattaforma per pesi più consistenti: mi divertivo a pesarmi. Avevo capito come funzionava.  Un cartello all'entrata, illustrato da un disegno di mio padre,  annunciava "Quando questa pipa fumo farà, a tutti credito si farà!". Noi, comunque, avevamo il "libretto".  Niente frigoriferi: burro e formaggi e qualche salamino erano conservati in una fresca cantina al riparo dai topi. Venivano tagliati con dei grossi coltelli che mi incutevano paura. Al Grotto e in albergo c'erano invece delle affettatrici azionate a manovella con il carrello che andava e veniva e la possibilità di regolare lo spessore delle fette.  Nessuna verdura fresca: gli avventori avevano tutti il loro piccolo orto. Il pane, i villeggianti se ne rifornivano direttamente dai paesani al forno che una volta alla settimana annunciava la sua attività con un pennacchio di fumo. C'era anche una cantina con le botti del vino venduto sfuso. L'aceto lo fabbricava zio Mario  con il Bondola (un vino da pasto che mio padre aveva bandito dalla sua tavola preferendolo ai Merlot del Sopraceneri) e metodiche meno tradizionali, sostituendo la fermentazione con una porzione di acido acetico....

Più in là sulla strada, dopo l'autorimessa di cemento, l'ufficio postale  con la fermata della posta e la fontana in cui caddi quando non andavo ancora all'asilo e fui ripescato da un baldo giovanotto che mi avvolse in un asciugamano e mi portò a casa nelle sue braccia accoglienti. Piacevole ricordo: era Dany il figlio del maestro Pinana che aveva  la casetta di vacanza  accanto alla posta.

Verso le sei di sera,il camion dello zio Mario, che trasportava giornalmente nella valle merci sul pianale e passeggeri nel cabinato, caricava noi cuginetti vacanzieri per fare il giro a Sonogno prima di rientrare nell'autorimessa in cemento armato, un vero pugno nell'occhio e criticatissima, progettata da mio padre con il posto anche per lo spazzaneve, una sega circolare per la legna da ardere ed una terrazza  solarium dove veniva steso il bucato dell'albergo. Nella trasferta tra cugini, grande successo avevano le variopinte eliche di legno intagliate dai più grandi, girandole che prendevano velocità sui pochi tratti di strada dove il veicolo poteva prendere la rincorsa.

Per i vacanzieri ospiti dell'albergo (una clientela internazionale), c'era un servizio navetta per il grotto a Sonogno con un calesse per 4 persone trainato da un asinello che conosceva per conto suo la strada ed era guidato, , il signor Nerisi fa per dire, da un giovanissimo e simpaticissimo (sarà poi il cugino più bello e sciupafemmine, appassionato d'auto rally, spericolato operatore nella Rega oltre che bravissimo erede della macelleria di Gordola) Franchino. Il Grotto Efra (1942?) era gestito da zio Dario l'ultimo dei fratelli Ferrini che si occupava anche dell'Osteria dei Soci al piano terra dell'albergo, ritrovo obbligato degli uomini di Frasco per l'aperitivo domenicale e punto d'incontro serale per gli ospiti dell'albergo  tra cui spiccava il fedelissimo  signor De Neri e famiglia, un brillante .proprietario di edicole a Lugano (in particolare quella centralissima in Piazzetta della Posta, poi in Piazza Castello con la pesa pubblica e finalmente all'UBS in piazzetta delle scuole) che  intratteneva tutti e quanti trascinandoli a cantare classici da osteria (dai testi non sempre, a noi bambini, pienamente comprensibili per la loro ambiguità... d'altra parte, anche i testi tradizionali non lesinavano in riferimenti focosi!) accompagnandosi alla chitarra. 

I Ferrini, da quanto ho potuto capire, non erano particolarmente devoti ma nemmeno anticlericali. Sono stato allevato nel rispetto delle persone, prima di tutto. Dopo tutto mia madre, da riformata, si era dovuta fare cattolica se non per poter sposare mio padre.

Abbastanza conosciuto, ricordato ed apprezzato,  un Don Arturo Ferrini (1909-1982, di Domenico e Camilla Martella della linea che si imparenterà con Giuseppe Lanini), arciprete a Riva San Vitale di cui ho già parlato.

Grazie alla mia parentela, seppur lontana ma evocativa nel nome,  potrò scoprire nelle mie ricerche su San Sebastiano in loco, ben nascosto in un armadio della sagrestia della parrocchiale, una statua del Santo protettore dalla peste portata per tradizione annualmente in processione in paese.

Per iniziativa del nostro Don Arturo, le mutande originali del santo (annodate con un bel laccetto, nascondevano indiscrete pudenda), originariamente di color carne e pertanto inquietanti, furono dipinte in un vivido rosso che venne a sua volta (al motto di "Dalla pentola...alla rossa brace") ritenuto non "presentabile": per  tale motivo le vergogne  vennero ricoperte da un pareo dal colore meno appariscente... cosa non si scopre nelle sagrestie!  

La domenica mattina, gli uomini di Frasco preferivano in maggioranza trovarsi all'Osteria dei Soci al piano terra dell'albergo Efra, per un copioso aperitivo...

Alla messa di paese, eravamo richiamati dalle campane che ne preannunciavano l'inizio, con le donne relegate a capo coperto in fondo alla chiesa che facevano comunque sentire le loro poco intonate cantilene nel latino approssimativo della messa degli angeli in risposta alle non meglio educate voci maschili dai banchi davanti (risaltava la voce trainante del Dionis, il sagrestano) e sostenute , a volte, da un ansimante harmonium.

Mio padre mi ci conduceva con i fratellini e balzavamo all'occhio come particolarmente dimessi nel vestire a fronte degli altri bambini “conciati per la festa”: a Frasco noi si portavano i vestiti che in città non sarebbero più stati “decenti”. La cosa saltava particolarmente all'occhio nella festa patronale di san Bernardo con la processione con la statua del Santo fino alla cappelletta dell'Efra e ritorno e le festose campane suonate a mo' di carillon.

Dopo la processione, sul sagrato accanto alla casa parrocchiale, i villeggianti facevano a gara nel conquistarsi, in un susseguirsi di rimandi al rialzo, alla riffa di beneficenza le torte e pani di segale lievitati spandendo in tutto il soggiorno il caratteristico odore di lievito, nelle cassapanche accanto ai fuochi a vista delle povere case e poi cotte nei forni a legna ancora pubblicamente attivi nelle varie frazioni del Comune. Non mancava una qualche starnazzante gallina o cappone  sollevati in aria per le zampe dall'imbonitore...

Cosa fosse un cappone, in che cosa lo differenziasse da un grosso gallo, malgrado le mie domande insoddisfatte da bambino curioso, verrò a saperlo che durante gli studi a Poly nelle lezioni dedicate agli ormoni maschili dove se ne parlerà a proposito delle ricerche della Ciba eseguite sui testicoli di provenienza dai mattatoi di Chicago e, ben più allettanti, sulle urine dei pompieri di Berlino...

Campane. Ne sono rimasto affascinato sia dal loro suono non perfettamente intonato, che dal modo in cui il sagrestano ne tirava ritmicamente le corde che si rincorrevano frusciando nel campanile. Più grandicello, rinunciai alle processioni preferendo osservare, in cima al campanile, il rito dei battacchi animati da una primitiva tastiera e sentirne cosa si riuscisse a tirar fuori con quattro note in questi minicarillon montani.

 

Verso i 12-13 anni per volere di mio padre sono stato messo in internato nel collegio Papio di Ascona retto allora dai frati benedettini di Einsiedeln. Per tradizione si pensava che in questi ambienti si impartisse la migliore educazione.

Io in collegio, i miei entrano nella nuova casa costruita da mio padre in Via Gerso.(1953). La scelta della posizione fu dettata dall'esigenza di essere vicino alla stazione in quanto mio padre, non guidando l'automobile, per visitare i cantieri usava la ferrovia.

Ho passato lì due anni abbondanti durante i quali ricordo di aver avuto una grande passione per  le lezioni di pianoforte e di canto corale di cui ero solista malgrado che la mia voce iniziasse a mutare. Obbligatorie le lezioni di latino. Le odiavo, ma  mi serviranno, e chi l'avrebbe immaginato, vent'anni più tardi, a Pavia.

 

 

 

Tra i bei ricordi, la botanica con padre Odilo Tramer (conoscevo a memoria tutta la flora d'Insubria; conservo ancor oggi $ l'erbario di allora raccolto, stando alle annotazioni, nella primavera 1951, in seconda ginnasiale, nei dintorni di Ascona). 

Tra quelli meno piacevoli... una precisazione! (Ed altre considerazioni sul tema Omossessualità-Pedofilia della Curia con i suoi riflessi concreti dopo che i Benedettini lasciarono Ascona... )

 Ricompensato con una scatola di cioccolatini, ho fatto da volta pagina a molti solisti nell'allora esordienti concerti di Ascona che si svolgevano al Papio. Grandi, emozionanti momenti con Wanda Landovska, Clara Haskil, Nikita Magaloff...

Però stare lì non mi piaceva ed esprimevo il mio disappunto facendo sempre aspettare i miei genitori quando venivano a prendermi per la libera uscita, ogni due settimane. In un sottotetto del collegio vi era un pianoforte verticale dove mi esercitavo in attesa di venir preso in consegna per un pranzo ed annessa passeggiata nei dintorni con rientro per l'ora della funzione dei vesperi condecorata dal coro. Pochi, tra gli allievi del Papio, quelli che si dedicavano anche al pianoforte (lezioni private elargite da un insegnante esterno. Il mio repertorio era centrato su Schubert, Grieg, Liszt e Czerny)  e condividevano lo strumento: ne ricordo un giovane Zendralli, mesolcinese, di cui ammiravo le esecuzioni di Bach. Lo Steinway a coda della sala dove  si esercitava il coro di voci bianche lo potevamo usare che nelle rare audizioni.

Quando, durante il corso di teatro, (nel teatrino del Papio ci aveva recitato anche l'ormai famoso Hannes Schmidhauser)  ho subito delle avances da parte degli educatori, ne ho parlato subito con mia madre che è intervenuta energicamente con il direttore Padre Gut, fratello dell'abate di Einsiedeln che diverrà cardinale.

Così ho interrotto  subitamente il mio ciclo di studi in collegio (iniziati in 2. classe Ginnasio nel 1950). Malgrado le lezioni private in preparazione degli esami di licenza della 4. Ginnasio (occasione che mi fece conoscere la famiglia Vicari). Quello  di scienze fu una delusione:  il prof. Oscar Panzera mi tartassò di domande su Darwin, allora perfetto sconosciuto alle scienze "cattoliche". Ho pertanto ripetuto la quarta Ginnasio a Lugano.

 

1954: 16 anni, nella pubertà. Corso d'inglese a Londra.

A sedici anni, prima trasferta estiva per un corso di inglese, ritenuto di primaria importanza da mia madre poliglotta, presso una melomane famiglia londinese che mi permise di conoscere la ricchissima vita musicale sulle rive del Tamigi.

Sorpresa sulle rive del Tamigi, riguardo il mio nome.

Quando dicevo di chiamarmi "Bruno" incontravo divertiti sorrisi di compiacimento. Venni poi a sapere che questo nome corrispondeva più o meno a quelli che venivano dati, lassù, agli amici dell'uomo: Fido, Lupo ... Pluto, in particolare.

Nel mondo anglosassone erano ancora popolari, dagli inizi anni '30 i disegni animati con Bosko e Bruno, in italiano "Bruscolo" evidenti precursori di Topolino e Pluto figure rese più tardi  universalmente popolari da Walt Disney.

Un giorno alla settimana in casa a Lugano, si parlava inglese.

Ho ripetuto poi anche la terza liceo per un’incompatibilità poco, allora, comprensibile col professore di francese.

Ero pertanto più anziano di due anni rispetto ai miei compagni di maturità.

Quegli anni da ripetente mi hanno permesso di creare le basi per gli interessi che mi accompagneranno per la vita. Non era ovvio che si ripetesse l'anno al liceo: per lo più, una bocciatura voleva dire che non si era fatti per quella scuola...

Quando alla maturità ho potuto scegliere l’autore da presentare in inglese ho scelto intuitivamente Oscar Wilde perché incominciavo a percepire in che direzione si stava orientando la mia sessualità.

Comunque, fu difficile, sulla scorta di quanto si riusciva a scovare alla vicina Biblioteca Cantonale, capire esattamente come mai l'opera letteraria di Wilde fosse segnata "dall'amore che non osa dire  il suo nome". 

Simile celata sorte, ma con ben più tragiche conseguenze, subì Alan Turing: ne ho conosciuto presto da studente l'impatto avuto sull'informatica, ma sulle sue vicende personali, praticamente nulla.

Quando finalmente ho potuto avere una camera tutta mia a Zurigo ho scelto di andare a letto nudo per oppormi ai formalismi vigenti in famiglia che richiedevano che anche per andare in bagno occorresse indossare la vestaglia.

Avevo l’”orecchio assoluto” e radio Monte Ceneri mi aveva proposto di andare a Londra presso la BBC a studiare l'allora nascente stereofonia come ingegnere del suono; ma in una gita a Venezia, in piazza San Marco ho sentito le orchestrine esibirsi. Suonavano per vivere e usare la musica per guadagnare la vita mi parve penoso.

 

17 anni. Ricca capigliatura.

In passeggiata, con i compagni di classe del liceo.

 

Mi è sempre piaciuta la chimica sin da bambino e al liceo ho avuto un professore che me l’ha fatta amare ancora di più.

A casa avevo il mio laboratorio personale nato dai giochi tecnico-scientifici del Franz Karl Weber che erano da tempo il mio regalo preferito (1948!)

 

 
   

Mia madre mi traduceva dal tedesco i manuali d'istruzione che accompagnavano i giochi. Sotto casa, accanto al Grambinus, c'era la drogheria Hildebrand che mi riforniva di tutto e di più. Allora, le cedole veleno non esistevano: incredibile oggi, di cosa non mi hanno rifornito...

Scrittura, decisamente indecisa e con pennino tre buchi, da bambino, macchie comprese. All'Elvetico avevo difficoltà con la "bella scrittura" che ricordo odiavo. A peggiorare la situazione i tentativi paterni di farmi usare le prime penne a sfera "Biro" che erano un disastro in tutti i sensi. Ma costavano più di una Mont Blanc e rappresentavano il futuro...  Di mio padre, ne riprenderò più tardi, gli svolazzi della sua inconfondibile firma

Nelle trasferte a Sciaffusa, le gallerie elicoidali di Wassen con la chiesetta che riappariva in posizioni sorprendenti, mi furono spiegate con l'esperimento pratico del pendolo che apparentemente cambiava direzione. Affamato di curiosità, ne venivo saziato grazie ad una rara e intelligente educazione in casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

I miei compagni, bonariamente, mi avevano soprannominato “il chimico pazzo”, dal personaggio di Paperino...

 

 

Mi piacevano gli sport (mia madre fu campionessa svizzera di tuffo) ed ho praticato lo sci sin da piccolo.


Sebbene non mi piacessero le forme aggressive di competizione (nelle partite ero sempre in porta, avevo difficoltà con i lanci ma ero imbattibile in corsa, nel salto, nel nuoto) e la ginnastica artistica agli attrezzi mi piaceva più che altro osservarla la domenica pomeriggio all'Oratorio. Nel luganese c'era il mito di Georges Miez ginnasta pluriolimpico passato alla storia.
La mia prima "cotta" fu per un prestante giovane maestro di ginnastica, particolarmente corteggiato dalle donne, che ci accompagnava ai corsi di sci natalizi organizzati dapprima nei Grigioni  daTita Calvi, poi nel Vallese dai Prosperi di Gandria che avevano un negozio di articoli sportivi in Via Peri. Inutili furono i suoi sforzi di insegnante per riuscire a farmi lanciare il giavellotto... Mmmmmm...

 

 

C'era un giovane e belmaestro di ginnastica  fresco di studi, Marco Bagutti con il quale mi allenai con estremo piacere in  atletica leggera (mia madre era stata campionessa di tuffo a livello svizzero: ne avevo ereditato una certa prestanza) con ottime prestazioni nella corsa, al salto, nel nuoto; una caduta sulla pista in cocke mi ha procurato una intrusione nera  ad un gomito che resistette per due decenni.  Assolutamente una frana nei lanci:  mentre gli altri giocavano al pallone Marco Bagutti ha inutilmente tentato di rimediare a queste manchevolezze, facendomi letteralmente perdere la testa con la sua vicinanza e la sua simpatia. Curerà le mie prestazioni sportive anche al Liceo.  Quarant'anni dopo, ricordandoci anche dei bei tempi dei corsi di sci, ho confessato all'anziano pensionato quella che fu la mia prima vera  passione, vissuta platonicamente.

Sotto la guida del nonno escursionista, coltivai il contatto con la natura. Tuttora, sono grande camminatore.

   

Non ho mai subito forme di bullismo, sebbene fossi sicuramente percepito come dai compagni come un"originale" ma non come un "diverso" da averne paura  (xenofobia).

La mia prestanza fisica mal si coniugava con lo stereotipo dell'omosessuale effeminato che d'altronde non ho mai molto apprezzato.

Forse, anche, perché più maturo.

I miei compagni mi hanno sempre apprezzato per gli interessi con cui cercavo di coinvolgerli, specie quelli musicali, con audizioni discografiche preparatorie ai concerti luganesi dei giovedì musicali al teatro Apollo. Ricordo in particolare  un'esecuzione del 2. Concerto per Violino di Bela Bartok, il concerto di Wilhlem Backhaus con i due Brahms, Igor Strawinskj  e Paul Hindemith dirigenti loro composizioni e un incontro di Celibidache con le scuole e musiche di Prokofiev (La sinfonia classica, Pierino e il Lupo). Stagioni d'oro. Il successo plebiscitario di "Lascia o raddoppia" in onda il giovedì con Mike Buongiorno, costrinse gli organizzatori a cambiare la denominazione musicale, dissociandola dal giorno settimanale.

Vi fu anche una memorabile conferenza di Massimo Mila alla Biblioteca Cantonale su Espressionismo e Dodecafonia, la Scuola Viennese con i riflessi sui Canti di Prigionia di Luigi Dallapiccola. Ne uscii letteralmente "illuminato".

Ho anche organizzato una mitica visita di gruppo al maestro direttore d'orchestra Hermann Scherchen nel suo “Studio sperimentale elettroacustico” a Gravesano che ci fece una prorompente ed indelebile audizione della danza del vitello d'oro dal Moses und Aaron di Arnold Schönberg. Un personaggio particolare, il maestro Scherchen, che a Lugano con l'orchestra della radio presenterà in un ciclo le sinfonie di Beethoven abbinate a composizioni del XX. Secolo. Mi inizierà ai misteri della composizione e mi farà conoscere personalmente una compagine di membri dell'avanguardia musicale, da Iannis Xenakis, Luigi Nono a Luciano Berio e Kathy Berberian.

Facevo parte del Circolo studentesco in alternativa alla festaiola Gaunia teoricamente più orientata verso la cattolica Lepontia attiva nelle università (CL era ancora a divenire). Continueranno le audizioni anche dopo il liceo, con il ciclo multidisciplinare di “Tempo Arte” organizzato con un gruppo di amici studenti (Susy Wettstein con Tuti Casagrande e altri ) nell'aula magna al palazzo degli studi: un florilegio multimediale inizio anni sessanta ancor oggi presente nel ricordo di molti.

 

 

Ad immortalare il nome dei Ferrini ci pensò mio fratello Dario, che accompagnavo nelle sue avventure di giovane speleologo (una passione per la natura probabilmente ereditata da nonno Felix) assieme ad un giovane Guido Cotti, con la scoperta di una rarissima specie sconosciuta di ragno, in una grotta sopra Frasco. Il piccolo documentario della TSI ricorda quell'avventura e la figura, oltre quella del cugino Franchino, di mio fratello con cui condividevo anche la passione per la musica.

 

31 luglio 1958. Il XX compleanno l'ho festeggiato in trasferta con la famiglia all'Expo di Bruxelles.

Il padiglione della Philips  di Le Corbusier sonorizzato con il "Poème éléctronique" da Iannis Xenakis con Edgar Varèse e l'Atomium mi fecero enorme impressione. Due simboli delle mie passioni.

Una zingara, leggendomi la mano, mi prevederà un futuro senza donne. Come avrà fatto?

 

Al rientro dal Belgio non ha potuto mancare una puntatina alla SAFFA di Zurigo-Wolishofen. "Schweizerische Ausstellung Für FrauenArbeit" (Esposizione Svizzera del Lavoro Femminile). I biglietti per l'entrata li avevamo avuti dai signori Winterhalter di Mendrisio, proprietari della RIRI di Mendrisio (che conoscevo sin da bambino, ne ho già parlato), uno degli sponsor principali dell'esposizione, amici di mia madre. Grande sensibilizzazione all'emancipazione femminile!

L’alternativa alla chimica era rappresentata comunque dalla musica: le mie più grandi emozioni sono tutte legate alla musica.

 

Il ricordo più vecchio che conservo è quello di quando rientrando da una passeggiata ho sorpreso mia madre che suonava il pianoforte in salotto.

Quella stessa melodia l’ho ritrovata tra i suoi spartiti alla sua morte ed era un pezzo di Rheinberger, compositore di salottiera musica post romantica.

Da ragazzo mi esercitavo, intensamente e più ore al giorno, al piano con un repertorio decisamente eclettico da Bach, Mozart, Grieg, Schubert, Liszt, Fauré, Debussy, Ravel a Bartòk. Il tocco poteva essere delicato, angelico ed aereo quanto martellante, diabolico e feroce.

 La famiglia di Mario Vicari, il coro di santa Cecilia da lui diretto, furono essenziali per la mia educazione musicale.

Il pomeriggio di molte domeniche lo passavo con la maestra Mariuccia ad esplorare gli spartiti classici a prima vista su due pianoforti nella sala con gli Steinway presso Hug di via Canova, feudo dei Vicari. I passanti si fermavano ad ascoltare il nostro Concerto di Varsavia...

Grazie ai Vicari ho anche conosciuto i luganesi Arturo Benedetti Michelangeli (nella sua villa in riva al lago a Castagnola, accompagnando il figlio Vicari ad accordare lo strumento a noleggio presso l'artista. Non senza una raffinata bottiglia di Whisky...) e Wilhelm Backhaus  che abitava  nella stessa villa dei Kaden a Loreto, miei compagni .

Il 33 giri era agli esordi, ne diverrò quasi incontenibile collezionista, come pure di tanti libri, a partire dall'originale e dalle intraducibili traduzioni dell'Ulisse di James Joyce.

 I primi dischi, l'impatto dei primi ascolti di una composizione diventeranno il riferimento per le audizioni future. La musica come "memoria" e l'intuitivo "anticipo" di quanto segue nel tempo (il presente, attimo fuggente in continuo rinnovamento, lascia nella musica il posto ad un futuro prossimo): un linguaggio cui si è predisposti dalla sin da bambino. Poi, con l'età, le esecuzioni sorprendenti nella scelta dei tempi o nella dinamica delle linee melodiche (cfr. ad esempio quelle di  Harnoncourt) diventano più impegnative. E' come voler apprendere una lingua negli "anta"... Posso pertanto capire chi ha difficoltà con molte composizioni contemporanee (seriali o altro) difficili, ma non impossibili, da godere con i meccanismi citati.