Tutti fuori dal mazzo!

Le origini: i cromosomi, volenti o nolenti, creano le predisposizioni. E c'è poco da fare..

Date di riferimento: 1937 1941 1942 1944 1948 (link)

   
Frasco1937: Papà Pep sposo   Lugano 1938: Mamma Greth in attesa   
 

Mio padre Giuseppe (Pep 1902-1980) era architetto originario della Val Verzasca e mia madre Greth Felix, svizzero tedesca di Sciaffusa (1913-1999), poliglotta segretaria d’albergo presso l’albergo Federale di Lugano, sposata nel 1937. Avranno 3 figli Maschi.

 

   

Frasco 1946: Nonno  Jule con nonna Emma

 
Bruno birichino, Sciaffusa 1940  

 

I nonni erano delle personalità: Giulio, il nonno materno, originario del lucernese attivissimo nel Club Alpino Svizzero e coltivava il naturismo. Era ingegnere e dirigeva la +GF+ di Sciaffusa, antiche fonderie di adattatori che durante la guerra furono, si dice, rei di aver fornito l'industria bellica germanica nell'ambito della neutralità elvetica, un obiettivo mancato di bombardamenti americani. La storia ufficiale lo ha da sempre negato... ma la Storia la fanno, da sempre, i vincitori.

A Schiaffusa dai nonni, ci andavo volentieri. Il viaggio in treno era ricchissimo di avvenimenti: mia madre si portava un libro la cui lettura era continuamente interrotta nel rispondere alle mie domande di bambino curioso. Volevo conoscere i nomi delle stazioni, delle montagne e dei laghi. Attaccavo bottone con i passeggeri. Il sorridente capotreno con la sua borsona rosso vivo a tracolla, il lucido fischietto per dare la partenza. Eravamo in guerra, molti i soldati.    Partendo da Lugano, era la rara occasione, visti i bagagli, per prendere la funicolare verso la stazione. Dopo un paio di ore si giungeva finalmente a Göschenen, dove venivano staccate le locomotive per la salita mentre i viaggiatori se ne approfittavano per uno spuntino al Bahnhofbuffet. Dopo una mezzoretta di pausa, si riprendeva il viaggio  ai nostri posti, in discesa verso Zurigo. Per Schiaffusa, si cambiava treno nell'enorme Hautbahnhof. La ridda di binari che si incrociavano con gli scambi entrando e uscendo dalla stazione capolinea era uno spettacolo che mi affascinava nella sua astrazione. La linea ferroviaria verso Schiaffusa passava in zona tedesca: ricordo dell'obbligo di chiudere tutti i finestrini e di calare le tendine. C'erano moltissimi grigio-verde: allora il pericolo (ancora nero-marrone) era previsto dal nord. L'arrivo alla destinazione era contrassegnato dalla vista sulle famose cascate.

I nonni abitavano in una villa con giardino coltivato ad orto ("Tabor") in collina sopra la città (il Weinsteg), non molto distante dalla stazione. Abitavamo al primo piano raggiunto da un ampio scalone in legno che proseguiva verso le mansarde. L'entrata all'appartamento, un lungo corridoio con ai lati i portelli per alimentare le "Stuben Ofen" di maiolica dei locali. In casa predominava il dolciastro odore dei noccioli di ciliegia tenuti in caldo nei sacchetti che sostituivano la bouilotte nel letto.

Sul retro, un terrazzino guardava nell'orto sottostante e permetteva di vedere il giardino dei vicini , gli Hasler. Una casupola nell'orto, con gli attrezzi e le gabbiette per i conigli, faceva parte del mio regno di giochi. Con un vecchio ombrello vi ho fatto le mie prime esperienze di paracadutista.  Nonna Emma mi fatto capire che rischiavo di brutto raccontandomi del nonno impavido alpinista che si trovò, avendo dimenticato le chiavi di casa, a scalare dal giardino la casa. Se il nonno zoppicava leggermente, ciò era la conseguenza della sua caduta in quel frangente. Che l'atletico nonno zoppicasse, non me n'ero manco accorto.     

Il cielo era spesso solcato dagli squadroni aerei degli alleati che potevo ammirare ancor meglio dalla terrazza sul tetto, dove veniva stesa la biancheria  e ci si restava malgrado l'ostinato suono delle sirene d'allarme. Di notte, tutto veniva oscurato (al momento di accendere la luce, da persiane ricoperte da fogli di carta nera), e spesso si andava ritualmente e doverosamente nel rifugio in cantina (lungi l'idea che una volta fosse quella seria...), in mezzo a boccali di ciliege in conserva, patate nella sabbia e le uova conservate in giare di grès. Al mattino capitava di trovare in giardino striscie metalliche venute dal cielo (servivano, lo si seppe molto dopo,  ad oscurare i radar).

 


40 secondi, 49 morti. Le 10:58 del 1. aprile 1944, un sabato con il mercato. Ero sul terrazzo del tetto della casa dei nonni sulla collina antistante la stazione ferroviaria, a poche centinaia di metri in linea d'aria dal centro cittadino in pieno mercato, a veder stendere la biancheria che sapeva di sapone di marsiglia. Giocavo con le mollette di legno a crear pupazzi, prima di passarle alla nonna Emma. Le solite sirene d'allarme ordinarono la via al nostro rifugio in cantina, dove, pazienti, si sarebbe atteso il consueto fine allarme tra boccali di composta di ciliege, anfore grigio azzurre con conservate le uova immerse in un misterioso liquido, patate nella sabbia, tanti boccali allineati sugli scaffali, diligentemente etichettati a caratteri gotici, con contenuti e date. Il nonno e due borse altrettanto pesanti, una di documenti, l'altra con i preziosi.
 

 






Non si fece in tempo a scendere, dando seguito alle sirene d'allarme che rieccheggiavano, ondegganti nella loro melodia, dalla città. 15 enormi bombardieri, apparentemente tanto vicini da quasi poterli toccare, sbucarono dal cielo e riversarono 378 bombe proprio sopra di noi. 40 secondi, un fragoroso ricordo. Ne sento ancora distintamente i suoni, più che le immagini, e l'odore del fumo che ci invase.
 

Il ricordo più significativo dei miei soggiorni da bambino a  Schiaffusa è legato alla presenza nella stanza-biblioteca dei nonni dove dormivo, di moltissimi libri d'arte illustrati  che sfogliavo con estremo piacere, soffermandomi sui numerosi muscolosi nudi maschili che ricalcavo su carta velina. A posteriori, tutto quel ben di Dio che ricordo ancor oggi, potrebbe trovare altre spiegazioni... 

Anche a casa nostra c'erano libri d'arte che dovevamo sfogliare con grande cura per non rovinarli. Più grandicello scoprii, nascosto in seconda fila nello scaffale più alto, il grosso manuale de Il medico di famiglia dalle rutilanti illustrazioni delle malattie della pelle (morbillo, scarlattina, varicella) e dalle rappresentazioni del corpo umano con scheletri, muscolature ed i vari organi (dal cuore con la circolazione sanguigna, ai genitali) che mi affascinarono. Porta la firma di mio padre e la data (1937) del suo matrimonio.  Me lo son accapparrato quando smontammo l'appartamento di mia madre. Risfogliandolo oggi, saltano all'occhio l'importanza data per esempio alla tubercolosi (denominata, quella polmonare, consunzione) e la pudica trattazione delle malattie veneree. Fanno sorridere le  trionfanti affermazioni a mo' di prefazione nel capitolo introduttivo dal titolone Il meraviglioso progresso della scienza medica con i vaccini antivaiolo, l'antitetanica, il siero antidifterico, il test alla tubercolina, il Salvarsan contro la sifilide di Ehrlich ed il tributo a Luigi Pasteur ed ai medici in generale il cui ministerio alleviatore dei mali fisici dell'uomo può invero oggi chiamarsi un santo, umanitario, apostolato.
La figura del chirurgo moderno vi trova una accattivante descrizione: Il chirurgo è da molti ritenuto un essere insensibile alle umane sofferenze, desideroso, sempre, sia per amore della scienza, o, peggio ancora, per lucro, d'usare il bisturì. Ciò non è punto vero. Nulla urta di più la suscettibilità d'un chirurgo quanto il sentirsi dire: Ebbene , dottore, quanti ne ha sbudellati oggi? Il vero chirurgo mai diventa insensibile alle torture fisiche degli ammalati. Queste le commuovono, ma la sua non è quella tenerezza sentimentale che fa indietreggiare davanti agli strazi; ma quella che spinge invece al soccorso dei sofferenti, quella coraggiosa tenerezza che non esita a procedere anche all'amputazione di un arto per salvare una vita, quella tenerezza virile che nei frangenti estremi non permette che gli occhi vengano offuscati da lacrime di simpatia nel compimento di un sommo dovere.... Non è una morbosa mania di tagliuzzare che lo spinge a far pronto uso dei suoi ferri, ma il vivo desiderio di strappare a morte sicura un essere umano... La più ambita ricompensa per il vero chirurgo è la grata certezza di contribuire a lenire i mali dell'umanità, liberando molti infelici da torturanti spasimi e strappando di continuo utili vite a morte sicura.

Nonno Felix diede, fino all'ultimo, lezioni coerenza: negli ultimi anni andavo a trovarlo da Zurigo, dove da studente   rinunciavo volentieri ad un weekend ticinese per incontrarlo, nella sua bella casa  di Sciaffusa che avevo conosciuto da bambino.
Aveva, raccolte in una cassetta, già pronte, indirizzate di suo pugno, le buste per la partecipazione della sua dipartita. Ad ogni mia  visita, le passava in rassegna, orlate di nero, eliminando quelle degli amici che nel frattempo lo avevano preceduto, raccontandomi di loro. Le buste passavano in un'altro contenitore, una bella scatola dipinta in Jugendstil. Ricordi da conservare, sempre in maggior numero. Lui ai funerali ci andava in abito di cerimonia, quasi in contrasto con la natura che regna nei tranquilli cimiteri-parco d'oltralpe. Non me lo vedevo proprio, bardato così.  L'ultima volta che mi apprestavo al rituale spoglio delle buste, mi resi conto che il suo stato di salute non lasciava presagire nulla di buono. Disse "Per favore, Bruno, le buste". Un attimo più tardi, il tempo da parte mia di fare un passo, spirò mormorando "Poche storie...". Nessuno pianse. Lui non l'avrebbe voluto. Gli misero quell'abito: è così che voleva essere ricordato. Anche il menu del dopo funerale era stato meticolosamente predisposto dal nonno. Non mancarono i migliori sigari, preclusi in altre locali tradizionali occasioni di famiglia.


Funerali, occasione d'incontro con parenti vicini e lontani,  ben sapevano mettere a frutto gli svizzero tedeschi, che avevano della morte un concetto meno (melo)drammatico del nostro.

Un momento di riflessione sul come erano morti i nostri cari, nel profondo convincimento che spesso i figli si ritrovano, in fatto di longevità  (e non solo) ad imitare i genitori se non i parenti vicini e lontani.

Diciamolo subito, i miei moriranno nel proprio letto, senza troppi ambagi, a 78 e 86 anni. Mia madre sarà vedova per quasi vent'anni. Noi, vedremo...

Ragion per cui, questa costellazione di parenti, conosciamola un po' più da vicino....

 

 

Frasco: l'albergo Efra ed il negozio, la cascata con il mulino e la sottostante centralina. Dietro l'albergo in alto, villa Efra.

Il nonno paterno (Guglielmo 1878-1942) non l’ho conosciuto ma era originario di Frasco dove è sorta, nel 1922 e per sua iniziativa, la prima centrale elettrica in Val Verzasca, un gioiello tecnico per quei tempi, quale indispensabile infrastruttura per l'albergo Efra realizzato nel 1930 da mio padre.

Rinomato l'albergo degli zii, grazie anche al fatto che, durante la guerra, la cucina non lesinava nelle porzioni imposte dal razionamento (mitica la salumeria, le trote e la cacciagione).

Ricordo la clientela internazionale del dopo guerra grandicello e poliglotta, animerò le tombole dei giorni di pioggia) ed alcuni clienti fissi quali la famiglia Neri (quelli delle edicole a Lugano con il senior grande intrattenitore nell'Osteria dei Soci) o Pietro Molinari  (quello della cappelleria Borsalino a Lugano) che veniva regolarmente a trovarci nella villa Efra.

Il signor Molinari, senza eredi e possidente di mezzo quartiere confinante (Galleria di fronte alla Posta) con l'Oratorio (quartiere Maghetti) lascerà i suoi averi alla Fondazione per la gioventù in suo nome escludendo le mire di annessione che la chiesa ,anche spudoratamente, non mancò di esprimere, quando il facoltoso commerciante era in fin di vita.  Ricoverato al vecchio ospedale Civico, nella vicina chiesa del Sacro Cuore si celebrarono novene in favore del (potenziale) caro benefattore nella speranza di un lascito che permettesse la costruzione dell'agognato campanile... e molto di più. Le cose presero un'altra piega: il caro benefattore, probabilmente oberato da queste manifestazioni non proprio disinteressate di stima da parte del clero e dei fedeli, decise di lasciare i suoi averi ad una fondazione, sorvegliata dal comune di Lugano, con precise indicazioni di carattere laico. Conseguenza: al suo funerale, le autorità religiose, gabbate, non parteciparono. Non in ossequio di precise disposizioni: il signor Molinari, sapeva distinguere la Chiesa dei poteri da quella dei poveri fedeli. Lui si riteneva credente. Un funerale con una bella coreografia di officianti non l'avrebbe disprezzato. Ci furono invece, oltre la folla, che molte bandiere, poliziotti e pompieri tutti, probabilmente quali associazioni beneficiarie di un qualche suo generoso lascito... Nessun discorso. Nessuna musica. Muta processione, dall'entrata del cimitero dov'era postato un carro funebre stracarico di corone con i nomi degli offerenti, verso la tomba pronta ad accogliere il feretro. Saluto delle bandiere...  Lo notò anche mia madre che aveva ritenuto opportuno di portarmi alle esequie, visto che lo conoscevo. Se ne parlò in casa, di questa assenza di preti al funerale e  mio padre, ricordo, non la prese bene... L'unica volta che mia madre disse le "sue"!

 Sopra la centralina, che serviva l'illuminazione sia di Frasco che di Sonogno (una lampadina di pochi watt per fuoco, che si affievoliva durante le ore in cui era attiva la "moderna" cucina elettrica dell'albergo...)  un mulino con forno (1880) L'alluvione del 1868 aveva distrutto, lungo le rive, molte antiche attività del luogo. La cascata, puntualmente  con l'arrivo del maltempo di ferragosto, si gonfiava e presentava uno spettacolo affascinante seppur inquietante nella sua espressione sonora, un cupo rullio che faceva tremare anche il terreno e le finestre delle case vicine. Era anche il segnale, per i vacanzieri, che la stagione era finita.

Nonno Guglielmo: famiglia patrizia, imprenditore innovativo, sindaco, giudice di pace, capostipite con 9 tra figli e figlie avuti con Lucia (Lesnini) sua coetanea deceduta nel 1940.

Morì, all'età di 64 anni, nell'inverno 1942, si dice, scivolando nella cascata dell'Efra, liberando dal ghiaccio la canalina della sua centralina. Si mormorava che avesse avuto una depressione a seguito della morte di nonna Lucia.

Comunque le depressioni per i vallerani erano un tabù. Se ne ebbe la dimostrazione con zio Ettore che, quale conseguenza di una banale ferita alla mano, non fu più in grado di falciare e per lo sconforto ebbe una depressione che lo portò al Neuro di Mendrisio, ignorato dai suoi familiari vallerani che se ne vergognavano apertamente. Mia madre era fra i pochi che andavano a trovarlo. Decederà a 62 anni, nel 1966. Causa, un elettroshock.

Anche mio padre, nel 1965 ebbe una grave depressione dovuta al tragico lutto per mio fratello Dario.

Questi fatti lasciarono nascere il dubbio che queste depressioni fossero un po' il punto debole della famiglia e che valeva la pena farci un pensierino di come poterle possibilmente prevenire... Unendo l'utile al dilettevole, si è capito che la ricetta bastava applicarla. Avete capito, cosa!  Oltre tutto, l'uso fortifica...  La ricetta, mi pare, sta funzionando.

Della famiglia Lesnini da parte della nonna, ho conosciuto la mitica "zia" Elvira in Bernardasci (1894-1983) che alla Torbora, frazione  di Frasco, ci offriva, da bambini, generose porzioni di "Rosümada" preparate con le uova del suo pollaio.

I due "cugini" Anna Maria e Elmo avevano una decina di anni in più di noi. Ricordo, comunque, l'atletico Elmo... Altra famiglia di "originali".

Il fratello della nonna, Ulisse (1888), dopo aver fondato da giovanissimo il FC Locarno, farà una tal fortuna da industriale in Italia che potrà permettersi di andare in elicottero alla sua residenza estiva di Ischia. Come regalo delle mie nozze, riceverò la classica zuppiera in argento massiccio che continua a troneggiare sul buffet della mia sala da pranzo....

 

 

Il mulino con la canalina restaurata dai cugini, visti dalla cascata. 

Nonno Guglielmo Giovanni (di Giovanni B. e Martina Maria Joppini) era il figlio maggiore di una numerosa famiglia di 9 tra fratelli (Osvaldo, Salvatore, Bernardo) e sorelle (Beatrice Marta Maria, Emilia Agata Carmela, Anna, Anna Maria, Angiolina) che si imparentarono con Tognetti,  Lanini, Pelucca emigrati in California. Tra i nomi usati nella famiglia della nonna, Matteo, Maria Martina, Difendente, Giuseppe.

Il Grotto Efra a Sonogno, territorio alieno.

Degli zii paterni,

Luigi (1901 - 1901)

Mario (Dante Luigi 1903-1980) aveva la gestione dei trasporti in valle (a fine giornata, quanti viaggi da bambino, in compagnia dei cugini,sul retro del camion con le eliche di legno intagliate a mano dai gemelli Andrea e Gugliemo), con zia Pierina (Ferrasci-Joppini, 1932, XI/12), il tradizionale negozio di paese (dove gli acquisti venivano fatti con il libretto), hanno avuto  1 Maschio+ 3 Femmine;

Ettore (Andrea Stefano 1904-1966) esercitava la professione di cuoco oltre che di alpigiano (la stalla con le mucche alla Monda vicino all'allevamento dei pesci, il latte appena munto. La salita con il bestiame al Waldo, l'alpe "bosco" sopra il Waldin) con zia Lilia (Joppini-Martella, 1943, II/6) fornendo pure la materia prima per la rinomata cucina (per San Giuseppe arrivavano in città i mitici tortelli fritti nello strutto), 1 Maschio +1 Femmina;

Efrem (Pietro 1910-1961) era l'albergatore assieme alla zia Idy (Maggetti-Kunselman, 1941, I/1) e ci sapeva fare da anfitrione con la clientela internazionale, 1 Maschio +1 Femmina;

Dario (Egidio Martino 1914-1985), il tuttofare allegro e creativo, dapprima scapolone poi con zia Ines (Bernardasci-Giottonini, 1959, V/13, avranno due maschi) al bar dell'Osteria dei soci, si occupava di un vivaio di trote e gestiva il grotto Efra a Sonogno costruito alla fine della guerra su progetto di mio padre sconfinando, con un abile sotterfugio (un prestanome confederato), in territorio alieno. I Sognonesi mai avrebbero venduto ai Fraschesi. Un tempo, Frasco e Sonogno erano un unico comune, poi la separazione delle parrocchie che porterà alla scissione anche politica e relative beghe di vicinato. Ancor oggi, l'accesso in auto al grotto è problematico: la strada sarebbe vietata al traffico motorizzato e richiederebbe una passeggiata a piedi di una decina di minuti a tutto vantaggio del ritrovo Alpino, nel centro di Sonogno. Una gestione oculata ne ha mantenuto il carattere e lo stabile originali.

Insomma, tutta la famiglia dei quattro zii era coinvolta nell’attività di Frasco, alla quale si è aggiunto il grotto a Sonogno: un calesse tirato da un asino portava i clienti anziani da Frasco a Sonogno e viceversa.

Ricordo che in alcune occasioni venivano anche i consiglieri di Stato in ritiro e si riunivano in una veranda sopra il campo delle bocce, progettata più tardi da mio padre come l'ampia sala da pranzo dal look anni trenta.

 

Delle zie, (tutte andate spose a figli unici)

Guglielmina ( Maria Fridolina 1906-1967), sposerà il maestro Giuseppe (Pin) Mondada-Coronetti (1907-1997 I/1) che diventerà storico di Minusio ed ispettore scolastico. Mamma di 4 Maschi  + 2 Femmine

(Cheru)bina (Anna 1916-1977)  si unirà a Giuseppe Martinoni-Bolognini(1939, I/1) con una avviatissima macelleria a Minusio,  2 Maschi

Anna Maria (1921-2010 nella foto, 1940, con Bruno ed il fratellino Dario in carrozzella) convolerà a nozze con Ernesto Tognetti-Balemi (I/1) importante garagista a Locarno. 1 Maschio + 2 Femmine. La più giovane delle zie, sarà quella alla quale sarò più legato per il fatto che, prima di sposarsi, era spesso nostra ospite a Lugano e ci faceva da babysitter. Noi la andavamo a trovare sul lavoro al Neuro di Mendrisio dove aveva un innovativo laboratorio di tessitura di tappeti di lana verzaschese. 

A Mendrisio non si mancava di andare a trovare la famiglia Winterhalter proprietari della RIRI, innovativa fabbrica di cerniere lampo. Mia madre li conosceva bene in quanto la signora Winterhalter era stata sua compagna di scuola a Schiaffusa.  Il capofamiglia era un personaggio di grande carisma (anche lui "fuori dal mazzo"): non mancò di farmi visitare la fabbrica in compagnia del figlio che aveva un qualche anno più di me (un gran bel ragazzo) e soddisfò le mie curiosità "tecniche" spiegandomi nei dettagli i misteri degli "zip" e la loro storia decantandone l'uso, allora una novità, nei calzoni. Da allora, guarderò i "pacchetti"... anche in quell'ottica! Mi mostrò con orgoglio le prime macchine per le cerniere pressofuse che lo renderanno leader mondiale. Non mancò di dirmi che, se volevo fare l'ingegnere (meccanico)come mio nonno Jule, dovevo essere bravo a scuola ed impegnarmi.    

In tutto, eravamo 24 (6+4+3+3+2+2+2+2) tra cugini e cugine, battezzati con nomi di famiglia quali Guglielmo (2) Andrea, Anna, Arialdo, Ausilia, Bruno, Dario, Elena, Elio,  Fernanda, Franchino, Francesca, Giacomino, Giorgio, Giovanni,  Graziella, Lucia (2), Marco, Michele, Paolo (2), Tarcisia. 

Se osserviamo i cognomi degli altri familiari ci si rende conto che a Frasco si era tutti, più o meno prossimi parenti.

Moglie e buoi dei paesi tuoi: Mario ha sposato una Ferrasci-Joppini; Ettore una Joppini-Martella; Dario una Bernardasci-Giottonini che a sua volta aveva un lontano sangue dei Ferrini. Anche i Lanini avevano cromosomi dei Ferrini...

Vite da valligiani che andavano in viaggio di nozze a Locarno...

Ci penseranno i nipoti, con il mutar dei tempi, a rimescolare i cromosomi...o adottando venuti da lontano.

Molti nomi alieni ai Ferrini.

Probabilmente, in fatto di nomi,  quello di Bruno, acquisito dall'altra famiglia.

Bruno era il nome di un giovine fratello di mia madre deceduto all'età di 14 anni per una infezione alla gola, allora incurabile. Ne testimonia, ritrovato tra le carte di mia madre, un toccante componimento (di P. Bürgin classe prima b., probabilmente redatto metà anni venti) di un suo compagno di classe dal titolo significativo: $ "Mein Freund" tradotto. No comment! Bruno, nome allora  abbastanza inusitato a sud delle alpi, ma come vedremo, non solo... Poi c'era quello del figlio della mia madrina di battesimo Rösli di Schiaffusa, fidanzato di mia madre (e predestinato ad essere mio padre) che morirà di tifo in Italia andando a ricuperare la fidanzata... C'era da toccar ferro....

Giulio in onore del nonno Jules.

Augusto suona bene nella triade. Tra nomi e squillante cognome, così, con la "A",  tutte le vocali vi sono rappresentate creando armonia. Non credo, comunque, che queste considerazioni eufoniche siano state determinanti per la scelta... Se avessi avuto un figlio, tra i nomi avrei sicuramente scelto un "Igor" in onore di Stravinski. Per il restante, scaverei nel catalogo delle famiglie e, nell'imbarazzo della scelta, la musicalità avrebbe sicuramente avuto la meglio con il ritrovamento delle mancanti "u" & "a" per completarne l'arcobaleno sonoro! 

b.g.(a.) ferrini: il secondo nome, seppur abbreviato, diventerà utile per evitare confusioni. Indispensabile nella tradizione anglosassone, sul lavoro.Venni presto La triade completa finirà su tutti i documenti  ufficiali.  Vita natural durante. Pertanto, meglio un unico nome ben scelto o giustificabile affettivamente che poco estetici effetti cacofonici. Gli esempi non mancano... 

 

 

1940  /  1942  /  1943   

 

    Papà "Pep", a Frasco, ci arrivava col postale delle venti di venerdì. Allora tre corse giornaliere, il rimorchio per i bagagli e i sacchi della posta.

    Preceduto dal doveroso  tritono "alpino" all'ultima curva prima del paese. Il Ranz de vaches dell'Ouverture al Gugliemo Tell di Rossini mi ricorda quei suoni.

    Cenava e preparava le "moschette" per la pesca del giorno dopo. Moschette speciali. Fatte secondo i suoi desideri. Unico vero hobby di mio padre. Colori giusti e dimensioni adeguate al particolare momento. Era infatti un pescatore provetto, si diceva uno dei pochi che esercitavano ancora la canna extralunga svolazzante in sinuosi volteggi sopra le acque , raramente riposando sulla superficie. Spesso le catture le faceva al volo. Le trote non dovevano abboccare per essere prese: a volte bastava uno strappo e gli ami facevano il resto. La sua sagoma, anche da lontano, inconfondibile nei movimenti.

    Mio padre era, apparentemente, poco sportivo. La caccia, di casa nella valle e praticata dagli altri zii, gli sembrava aliena... se non fosse stato per quella cicatrice sull'avanbraccio dovuta, si mormorava, ad un non meglio precisato incidente di caccia al camoscio.

    Da quando potevo seguirlo nei suoi percorsi lungo i corsi dei dintorni, alcuni facili, sul greto del Verzasca tra Gerra e Sonogno e oltre nella Val Vigornesso o sulla ombrosa "fiumina" accanto al sentiero dei pascoli, altri più difficoltosi e ricchi di ostacoli quali quelli a monte della cascata dell'Efra, non avevo altro da fare che nascondermi dietro un sasso e fare attenzione di non entrare nella traiettoria delle moschette osservando i magnifici colori delle pozze e delle rocce, ascoltando nei dettagli  le voci della natura, nello sfondo l'acuto vibrare dei piccoli grilli.

    Comunque, prima o poi, le moschette si sarebbero impigliate nelle fronde circostanti. No problem! Dal cappello di paglia, se ne sarebbe stata srotolata un'altra collezione, ed un'altra ancora.

    La divisa per la pesca era abbastanza singolare: cappello a larghe falde, occhiali da vista, un giaccone e, a tracolla, una capace “cavagna” di vimini fatta come la voleva lui e con le marche per le trote di misura. Avevo l'incarico di trovare le felci da mettere nella cesta.

    Le trote tradivano il luogo della loro cattura. La livrea permette loro di mimetizzarsi molto bene con l'habitat. Me n'ero accorto anch'io: ad ogni cattura, se adempivano alle misure regolamentari e non venivano rimesse in acqua, mio padre me le passava per metterle nella cesta e potevo pertanto osservarle da giovane naturalista in erba. Stranamente, il loro agitarsi non mi faceva pena. Sapevo tenerle in modo che non mi scivolassero di  mano. Ho imparato per potermele guardare a dovere. Non conoscevo per nome la maggior parte della circostante vegetazione, ma ero in grado di riconoscerla. Me ne portavo a casa dei campioni per guardarli in un rudimentale microscopio con i suoi vetrini ed un paio di coloranti, regalo di compleanno dei nonni preceduto, l'anno prima, da un caleidoscopio. A scuola, al Papio, me ne ricorderò.

    Raramente papà non rientrava con sufficiente preda per tutta la famiglia, nonni compresi. L'eviscerazione, da bambino, non me la lasciavano vedere. Le trote  venivano fritte nel burro, fino ad un bel dorato, in una scura padella di ghisa che ne risaltava il colore. Il restante,  non consumato, veniva messo in carpione per il resto della prossima settimana assieme alle verdure del nostro orto curato dalla  zia Pierina. In quell'orto, la zia venne morsa da una vipera. Pertanto mia madre si era data da fare per avere, non si sa mai,  il siero antivipera. Più grandicello, ne catturai alcune con il classico bastone a forcella. Le misi in vaso nella formalina, in bella mostra per i visitatori.

    Più tardi seguirò in  riva ai fiumi, con il medesimo rituale, i cugini ed altri coetanei  più o meno lontani parenti. Loro, però,  pescavano con il mulinello. Tutt'altra cosa!

    Ho scoperto che tutti si proteggevano dal sole. Mia madre ne venne a conoscenza abbastanza presto: i Ferrini sono generalmente di carnagione e occhi chiari e poco amanti del sole che mal sopportano, se non malissimo. Anche le zie lamentano lo stesso problema, se non ché, durante la gravidanza, spariva completamente. Per tale motivo, mia madre, abituata com'era al sole (chiara di capelli, aveva preso dai Felix la carnagione facilmente abbronzabile), si preoccupò di esporvici sistematicamente sin da più piccoli, prima in carrozzella al parco, poi al Lido.

    Venni presto familiarizzato con le acque del Ceresio, al Lido: mia madre, da brava tuffatrice che era, ci faceva direttamente partecipare alle sue esibizioni, lanciandosi in nostra compagnia. Così ho imparato a nuotare.

1941: al Lido di Lugano con il fratellino Dario.

Frasco: il ponte sospeso progettato da mio padre nel 1948

Mio padre:

ha frequentato la scuole salesiane di Maroggia, si dice fosse predestinato quale primogenito a fare il prete.

In famiglia (indirettamente) c'era una   suora di San Vincenzo (quelle con il cappellone) attiva, se ben ricordo all'OBV di Mendrisio che andavamo, ogni tanto, a trovare. Un tipo sanguigno. Dalle ricerche, risulterebbe una Suor Candida Joppini (Rina, 1920-2005 Nata a Gordola, deceduta a Mendrisio), sorella della zia Lidia sposata allo zio Ettore. Che si tratti proprio di lei, non ne sono affatto sicuro...

Un  invece "parente indiretto più che altro per il cognome e le origini", l'arciprete di Riva San Vitale don Arturo Ferrrini (1909-1982). Stando alla ricca messe di informazioni di GenData.ch le due famiglie di Ferrini hanno avi in comune prima del 1792, poi i rami si separano.

Mio padre è riuscito a sfuggire la tradizione (inimmaginabile mio padre prete...) studiando poi architettura al Technicum di Friburgo.

Al rientro in Ticino, dopo essersi fatto l'esperienza nelle isole della Grecia colonie italiane di cui riprese nei suoi progetti la caratteristica mediterranea delle grandi aperture, fu sicuramente sostenuto dal conterraneo socialista verzaschese consigliere di Stato on. Guglielmo Canevascini (1886-1965) che gli affidò la progettazione di più cantine sociali (Mendrisio, Giubiasco) e la casa per anziani Solariuma Gordola (ca. 1937) e sarà molto legato a Frasco ( ultime estati passate nel suo chalet al "cantone", con la compagna Miranda, a ricevere gli amici per una partita a carte...).

Architetto-ingegnere, (si occupava anche del lato strutturale delle costruzioni progettandone il cemento armato) mio padre  era noto per la sua direzione “originale” dei lavori cui nulla sfuggiva e per la sua economicità.

 

Sarà l'architetto della Famiglia Resinelli di Bellinzona. Il mio terzo nome "Augusto" di riferisce ai Resinelli che sarà mio padrino di battesimo. In collaborazione con lo scultore Remo Rossi progetterà la $ tomba di famiglia Resinelli.

Da bambino, ogni tanto avevo l'occasione di andare a trovare mio padre nel suo studio in via Pretorio 11. Mobili a struttura tubulare cromata, di colore verde pallido. Grandi tavoli da disegno inclinati, dotati di strani congegni. I disegnatori appollaiati su sgabelli. Era al  primo piano ed aveva  una grande terrazza sulla quale vi era l'ingombrante pannello ribaltabile per le "eliografie" (termine esatto? Le denominavano così! Forse "Copie eliostatiche"?) . Allora, i progetti venivano disegnati a china su carta quasi trasparente e riprodotti come copia a contatto con una carta color giallo intenso ("Primulina"? "Diazo"? Al corso di fotografia al Poly se ne parlò di sfuggita... ) che impallidiva con la luce del sole. Se ne controllava il progresso da un piccolo sportello sul retro.  Poi venivano messe in un cilindro fissato al muro, puzzolente contenente ammoniaca e "sviluppate" per uscirne di sfondo un leggero colore grigio azzurrognolo e l'immagine a china quasi nera. La "cosa" mi incuriosiva molto ma nessuno sapeva rispondere alle mie domande...

La segretaria, a fronte di una grossa macchina da scrivere, preparava le convocazioni su cartoline postali, mio padre indicava la ditta , il cantiere e l'orario. Non capivo, dal tono inusitato,  se stesse litigando con la povera impiegata. Lei mi sorrideva, poi la raffica scoppiettante della scrittura, energico ritorno di carrello con squillante campanello. Le cartoline venivano timbrate con il mittente (unica mansione che mi era concessa, oltre l'appuntire i lapis con la macchinetta) e firmate con l'inconfondibile ghirigori paterno da una Biro (grande novità di allora). Per il resto, pennini "tre buchi"e puntine strettamente razionati.  Sul tavolo accanto, una calcolatrice azionata a manovella. Guai a toccarla! Altrettanto per un misterioso disco. Unici oggetti con i quali  potevo giocare sulla scrivania paterna, le sagome di metallo con le lettere ed i numeri che diligentemente trasferivo sul retro di una qualche busta... Un bel giorno, mio padre portò a casa, quasi fosse un trofeo, la nuova macchinetta calcolatrice "svizzera" e ci dimostrò come ci si facevano le moltiplicazioni.

A Frasco, oltre l'ammirevole ponte sospeso (1948) che seppe resistere alla valanga del 51, ha fatto molto discutere l'antiestetica rimessa-scatolone in cemento armato con sovrastante solarium per gli ospiti in cerca di solatia intimità, costruito molto probabilmente già prima della guerra. Decisamente moderne nella concezione le due case di vacanza (villa Efra e villa Tom Tit) dotate di ampie vetrate costruite nel primo dopoguerra come pure la Casa S. Angelo di Sonogno, la colonia estiva. Importanti clienti del bellinzonese oltre che i Resinelli,  i Ghidoni. Da ricordare anche la Cittadella del Sacro Cuore a Lugano con la sua sala teatro. Ricordo di essere stato con mio padre a vedere, per quel progetto, alcuni teatri nella svizzera francese. Affascinanti dietro le quinte, insospettate strutture tecniche.

 

Bruno, a sinistra, con Dario sul ponte della cascata Efra ed il mulino(1945) Sullo sfondo, Villa Efra

 

I miei parenti erano tutta gente “fuori dal mazzo”.

Anche i cugini hanno proseguito nella tradizione:

chi è partito, da oltre quarantenne con famiglia, per il Sud-Africa per alcuni anni a trasferire da solo una fabbrica tessile da Quartino a Cape Town (inizio '80, anni caldi dell'Apartheid); rientrerà, missione compiuta, per creare una innovativa officina meccanica

Paolo,  in perfetto spirito anticonformista di zio Dario, ha sposato una tailandese. Avrebbe potuto continuare l'avviatissimo Grotto a Sonogno, ma ha poi preferito altri lidi...

Tarcisia ha abbandonato definitivamente la valle per Padova con Umberto  professore; sua sorella Lucia si unirà con il calabrese Giuseppe, affrontando le perplessità dei covallerani;

Franchino che, dopo essere stato premiato a Gordola per la produzione dei migliori salamini, amatore di rally e della Ferrari si è dato al salvataggio con gli elicotteri, pur odiando l’aereo. Ne riparleremo.

Mino, apprezzatissimo chirurgo plastico, all'età della pensione si trasferisce in Togo svolgendo un'attività di volontariato.

Michele, erede della creatività di zia Anna Maria, si dedica, accanto al commercio di automobili, alle arti (non solamente circensi) nella sua “Fabbrica” a Losone.

Campionessa ticinese di sci e brava pianista la sorella di Michele che, improvvisamente, sente la vocazione di suora di clausura... sarà accolta alla grande, "sposa di Gesù" ben dotata.

Frasco ha ormai perso molto del suo smalto...

Ma, fortunatamente, non per tutti!

Un nipote (Noè Zardi) segue le tracce del nonno.  Siamo al futuro. Il nonno è il cugino Gugliemo....

Poi, esplorando il web, si incontrano altri "Bruno Ferrini"... non meno dotati... di creatività! Non proprio dietro l'angolo!

 

Tutti fuori dal mazzo....

Scherza con i santi e lasciar star gli infanti....

Ne dovrei essere fiero, di uno così?

Il mio antipodo, malgrado il suo amore per le montagne! Non siamo ai livelli di Teresa di Calcutta, ma comunque non lontani da Padre Pio. Sapevate che dopo la beatificazione hanno traslato la salma a Milano e  letteralmente lasciato il suo cuore dov'è morto per una febbre tifoide? Non poi così lontano... a Suna (Verbania).

Per terminare questo capitolo....

Spesso mi vien posta la domanda a sapere che rapporti (genealogici) ci fossero con i conosciuti Ferrini del Caffé di Savosa. Rispondo: nessuno, se non  alla lontanissima. Originari di Pura.

 Unico punto di contatto (oltre gli aromi, diffusi nell'ambiente, dalla tostatura): il collega chimico Pier Giorgio Ferrini, attivo nel basilese e rientrato, pensionato, a Massagno. P.G. Ferrrini e B.G. Ferrini sono stati, nel mondo delle pubblicazioni scientifiche, a volte confusi.

A raccontarla "giusta" fin in fondo, un rapporto di parentela acquisita c'era. I nonni del collega avevano sposato due sorelle Lepori di Lopagno. Se avessi avuto dei figli, il cromosoma X ne avrebbe trasmesso il segno...

Comunque "Omen Nomen", questa $ Alessandra figlia di Pier Giorgio.

Il collega Pier Giorgio, mi ha confidato una sua teoria che legherebbe i Ferrini di Frasco a quelli malcantonesi quali discendenti di quelli di Pura nell'ambito di fenomeni di transumanza che avrebbero portato i Ferrini sottocenerini a stagionalmente pascolare i loro greggi in Val Verzasca e a conoscere una qualche bella verzaschina mettendo poi su casato in valle. Troppo lontano per essere possibile? Secondo Pier Giorgio, sono conosciute analoghe situazioni di transumanza fino al San Bernardino. Gli avi avrebbero inoltre rifornito i verzaschesi delle preziosissime castagne, di cui, notoriamente a Frasco era sfornita. Siamo ai tempi quando la polenta (il mais) non era ancora arrivata... Il collega ipotizza che il ceppo originario di tutte le discendenze dei Ferrini ticinesi fosse quello di Pura. Possibile.

Intrigante, comunque, il comune interesse di due colleghi per il loro passato...

Ma le tazzine nei bar  con il mio anno di nascita...